To celebrate the international day against homophobia, biphobia, and transphobia Arcigay Viterbo organized a photographic exhibition (17-22 May 2022) to give voice to the stories of the lgbtqia+ community.

I am glad to have had the opportunity to be involved in displaying a photograph of my dear friend Maximilian together with a text through which he shares his experience.

Maximilian, Venice, Italy

” Durante la mia infanzia e adolescenza, in una Napoli anni ‘70 e ‘80, ho subìto episodi di omofobia, ma non sono stati determinanti.
Mi prendevano in giro per i miei atteggiamenti e per il fatto che non stavo dietro alle ragazze. A scuola udivo un continuo vocìo alternato a battute omofobe. Io ero a disagio anche perché non avevo le idee chiare sulle mie pulsioni sessuali e celavo tutto dietro la mia estrema timidezza. Reagivo con un incredibile distacco, quasi innaturale ed un certo ostentato snobismo: la posizione sociale della mia famiglia me lo consentiva, ora so che non era giusto, ma allora era la mia unica arma e ne facevo largo uso, però allo stesso tempo, sentivo un senso di esclusione e violenza.
Ma lo mettevo via e mi dedicavo a ciò che più mi piaceva: giardinaggio, abbigliamento, lettura, teatro, studio delle lingue, ed il mio mondo, insieme alla mia solitudine mi sembrava più una risorsa che una scelta imposta.

C’è stato un episodio che però è stato rilevante sia per la mia vita, che in assoluto per la vita di un gay. Erano gli anni ’90 ed ero un felice studente universitario impegnato nello studio ed omosessuale dichiarato (tra l’altro facevo volontariato all’Arcigay).
Per una serie di motivi non dipendenti da me, mi trovai ad essere chiamato improvvisamente alla leva militare.
Erano scaduti anche i termini per l’obiezione di coscienza, mi trovai quindi a partire improvvisamente per i famosi tre giorni, in una caserma di Bari.
Ho avuto subito la percezione che in quel contesto avrei subìto episodi di violenza verbale e fisica.
Feci subito ricorso quindi all’articolo 41 comma b del DPR 1008/85 tramite l’ufficio legale dell’Arcigay. L’articolo (oggi non più in vigore) prevedeva l’inversione sessuale quale motivo di esonero. Specifico meglio: non che io, in quanto soggetto omosessuale non mi sentissi in in grado di affrontare la leva, ma era l’Esercito Italiano che non era pronto ad accogliere i gay in quanto non assicurava una protezione adeguata agli stessi all’interno dell’istituzione. Proprio in quegli anni c’erano stati numerosi suicidi di omosessuali dovuti ad episodi di nonnismo. Altri eserciti europei assicuravano una protezione maggiore attraverso camerate separate, un controllo più severo dei comportamenti omofobi o assegnavano ai gay lavori di ufficio, cosa che l’esercito italiano non contemplava.
Ciò che però accadde in seguito fu davvero paradossale: in seguito all’esonero dal servizio militare, il Ministero della Difesa inviò la mia documentazione riservata al Ministero dei Trasporti, il quale mi inviò una comunicazione ufficiale con la quale rendeva invalida la mia Patente di Guida, con la seguente motivazione: disturbo della personalità e documentata Omosessualità (tutto ciò riportato su un documento ufficiale). La lettera arrivò a casa e sconvolse me e soprattutto mio padre.
In seguito mi dovetti sottoporre ad una imbarazzante visita medica di una Commissione del Ministero che, non sapendo a che esame sottopormi, mi fece un semplice esame della vista ed una sorta di esame di riconoscimento di colori, attraverso la visione di dei gomitoli di lana. Riottenni così la patente. Feci ricorso legale e vinsi.

Oggi non ricordo facilmente gli episodi omofobi subìti e penso a chi è meno fortunato di me, a chi purtroppo vive in contesti sociali difficili, a chi non è sicuro di sé, a chi non è stato sostenuto dalla famiglia, a chi ha un’unica strada imposta e non ha alternative, a chi arriva a fare scelte drastiche. Certo in questi anni c’è maggiore accettazione e se ne parla di più. Allo stesso tempo però l’omofobia, in svariate forme, impera. Io credo quindi che un input lo dobbiamo dare noi, non aspettare necessariamente l’accettazione degli altri, ma indicare la nostra via: ci sarà chi ci seguirà, chi no, chi solo con lo sguardo, e questo, insieme al circondarsi di affetti e contesti piacevoli, sarà sufficiente e ci renderà liberi.”